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Scritto da Administrator   
Giovedì 12 Ottobre 2006 09:26

Autosvezzamento: istruzioni per l’uso

I pediatri italiani e la... scoperta dell’acqua calda

"Negli anni ’50 da uno svezzamento tardivo, affidato all’esperienza familiare e con alimenti domestici, si passò a svezzare i bambini piccolissimi, con pessimi risultati"

Una massima cui i pediatri di UPPA si attengono nella loro attività professionale è “fare meglio con meno”. Siamo convinti che, allo stato attuale delle cose, in materia di salute, esistano una gran quantità di pratiche mediche che non solo non portano alcun vantaggio reale, ma addirittura in qualche caso potrebbero essere dannose. Questo non vuol dire porsi contro la medicina cosiddetta “ufficiale” per tornare alla semplicità e purezza della natura, ma piuttosto verificare, per ogni raccomandazione medica, che si tratti del frutto di studi approfonditi di scienziati seri e disinteressati. Succede così abbastanza spesso di accorgersi che qualcosa che noi pediatri abitualmente raccomandiamo, non abbia altro fondamento che antiche e semplici opinioni di qualche autorevole professore, alle quali se ne sono aggiunte altre, e così via fino a diventare un comportamento consolidato, che nessuno sa da dove e perché sia nato. Proprio questo è capitato quando, stupito dalle difficoltà incontrate dalle mamme nell’affrontare un evento naturale e inevitabile come lo svezzamento, mi sono messo a studiare un po’ più a fondo la materia. Nel corso degli anni sono così riuscito a raccogliere, da libri e riviste scientifiche, materiale sufficiente ad indurmi a cambiare modo di affrontare questa fase di sviluppo del bambino.

Va e vieni fra latte e pappe. Questa storia è iniziata circa mezzo secolo fa con il progressivo abbandono dell’allattamento al seno, nella convinzione, senza alcuna prova, che il latte materno, a partire dai 2-3 mesi di vita, non fosse più adeguato alle esigenze di crescita del bambino, ed andasse quindi integrato con altri alimenti. Così da uno svezzamento tardivo, affidato all’esperienza familiare e con alimenti domestici, si passò a svezzare i bambini piccolissimi; perciò, consapevoli di trovarsi di fronte ad un apparato digerente e un sistema immunitario ancora immaturi, si dovette ricorrere ad alimenti speciali ad alta digeribilità, confezionati in maniera sterile; per la stessa ragione si raccomandava un’introduzione graduale dei vari alimenti per poter individuare tempestivamente il responsabile di eventuali problemi. Anche queste scelte alimentari furono fatte senza sapere se avrebbero potuto avere qualche conseguenza negativa, visto che non esistevano precedenti su cui basarsi. Con gli anni si prese lentamente coscienza dei danni prodotti da questa fretta immotivata di sostituire il latte con le pappe (infezioni intestinali, allergie, obesità) e, sotto la spinta di organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali (Organizzazione Mondiale della Sanità, UNICEF), iniziò il cammino inverso, fino alle attuali raccomandazioni di proseguire l’allattamento al seno esclusivo fino a sei mesi. Ma le abitudini sono dure a morire: accade così che non solo si continui a svezzare i bambini a 4-5 mesi, ma anche ad utilizzare alimenti e strategie indispensabili in passato per evitare danni a bambini ancora immaturi e in difficoltà per essere stati privati del loro alimento specifico: il latte materno. Si dimentica che un bambino di 6-7 mesi ha ormai un apparato digerente sufficientemente maturo per poter digerire i normali alimenti preparati in casa, così come si faceva una volta, ovviamente tenuto conto della assenza dei denti.

"Lasciamo che il bambino si svezzi da solo durante i pasti dei genitori chiedendo e ottenendo piccoli assaggi"

Ma tutto può essere semplice. Quanto abbiamo detto sarebbe già sufficiente a semplificare di molto la vita di una mamma alle prese con lo svezzamento, per non parlare del risparmio. Un bambino di 6 mesi ha maturato non solo il suo intestino, ma anche il suo sistema immunitario, la sua intelligenza, le sue abilità motorie, la capacità di masticare. Scompare quindi l’angoscia di sterilizzare tutto, il bambino se ne sta seduto da solo, impara sempre più anche a mangiare da solo, accetta il cibo in bocca con il cucchiaino senza alcuna difficoltà, lo deglutisce senza rischi di soffocamento e (attenzione, attenzione!) quando è presente al pasto dei genitori, mostra un acceso interesse per il cibo che vede nei loro piatti. Quante volte sentiamo dire che il bambino non vuole più mangiare “le sue cose” e gradisce di più quelle dei genitori. Interpretiamo di solito questo comportamento come un apprezzamento del miglior gusto dei cibi dei grandi, anche se poi si vede che anche il bambino che è stato nutrito esclusivamente al seno, e quindi non conosce gli altri alimenti, è attratto dal cibo dei genitori: proprio lui, che ha sempre calmato la sua fame al seno, e non sa neanche che si tratta di cose da mangiare! Eppure si pencola, sgrana gli occhi, tende le mani, vuole assolutamente fare la stessa cosa. Solo se i genitori lo accontentano (e chi potrà resistere?) riuscirà a scoprire che si tratta di qualcosa di gustoso e di saziante, cioè che anche quello è cibo.

Un consiglio sconvolgente. Allora noi pediatri possiamo aggiungere alle altre raccomandazioni quella, apparentemente più sconvolgente, di lasciare che il bambino si svezzi da solo durante i pasti dei genitori, chiedendo e ottenendo piccoli assaggi di tutte le portate. In questo modo, senza forzature, si adeguerà insensibilmente alla dieta e agli orari della famiglia. In realtà non facciamo altro che anticipare, senza alcun pericolo, quello che inevitabilmente avverrebbe comunque dopo; il bambino mangerà, prima o poi, nel bene e nel male, quello che si mangia in famiglia, e con quelle abitudini alimentari passerà attraverso l’adolescenza e la vita adulta. Per questo è importante che i genitori diano, da sempre, il buon esempio con una corretta alimentazione: infatti fare “due cucine” per salvaguardare il bambino, mantenendo cattive abitudini per i grandi non servirà ad evitargli, una volta cresciuto, di fare gli errori e correre i rischi dei suoi genitori.

CHIAMIAMOLO “AUTOSVEZZAMENTO”
Potremmo chiamare questo nuovo/ antico modo di svezzare i bambini “autosvezzamento”. Dobbiamo aver fiducia in ciò che la scienza e la quotidiana osservazione dei bambini ci suggeriscono: solo quando i bambini raggiungono una maturità sufficiente è per loro possibile assumere alimenti diversi dal latte, materno o artificiale, in tutta sicurezza, gioiosamente, senza astruse combinazioni di più o meno esotici prodotti industriali, con minima spesa e grande soddisfazione dei genitori. Le più importanti organizzazioni sanitarie ci suggeriscono i sei mesi di vita come limite minimo da superare prima di iniziare lo svezzamento. Ebbene da quel momento in poi, al primo segnale di interesse da parte del bambino nei confronti del pasto dei grandi, gli si offrirà un piccolo assaggio di ciò che si sta mangiando, e così per tutte le portate. Si smetterà quando il bambino non farà più richieste. Lo stesso si farà ai successivi pasti. Le poppate intanto continueranno con la cadenza abituale, ma inevitabilmente quelle vicino al pranzo e alla cena diventeranno sempre meno consistenti fino a scomparire. In questo modo, insensibilmente e ognuno con un proprio ritmo, i bambini si adeguano alle abitudini alimentari delle loro famiglie.

 

 

SETTE SEMPLICI REGOLE
• Tenere sempre il bambino a tavola con i genitori, non appena è in grado di stare seduto con minimo appoggio sul seggiolone o in braccio.
• Alimentare con solo latte fino al compimento dei sei mesi, come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’UNICEF.
• Aspettare le richieste di cibo del bambino, di solito il tentativo di raggiungerlo con le mani o uno sguardo sostenuto ed eccitato.
• Soddisfare qualsiasi sua richiesta, sempre e ovunque, purché si tratti di cibo idoneo a giudizio dei genitori.
• Smettere gli assaggi se il bambino smette di chiederli, o se il pasto della famiglia è finito.
• Non cambiare ritmi e durata dei pasti dei genitori. Il bambino deve, necessariamente, e lo farà senza alcuno sforzo, prendere il loro ritmo.
• L’allattamento materno prosegue a richiesta fin quando la mamma e il bambino saranno, entrambi, d’accordo a continuarlo.

 

"Spesso, pochi mesi dopo il parto, molte mamme devono tornare al lavoro, e la forza delle cose fa superare tutte le esitazioni e tutte le resistenze"
Quando. Quando si svezza? Ci sono due momenti cruciali: l’inizio, quando si introducono le prime pappine, o i primi biberon, e la fine, cioè quando si smette del tutto di dare il seno, quando oramai addentare il capezzolo materno è quasi in “vizio”, un “vezzo”. Tutti e due sono momenti delicati, sia per la mamma che per il bambino.
Lo svezzamento riguarda entrambi. La mamma, al suo primo figlio, non sa cosa dargli da mangiare, né come darglielo. Niente di male, il suo pediatra le darà i primi suggerimenti. Ma poi lei deve metterli in pratica, e forse anche per lei, l’inizio del distacco comporta qualche nostalgia. Il piccolo può gradire e può non gradire il gusto nuovo (anche se, ormai, nessun gusto gli è del tutto nuovo, perché ha cominciato a assaggiare la cipolla, e la rucola, e il rosmarino, e l’aglio, già attraverso il latte materno che, leggermente, se ne insaporiva); può gradire e non gradire il succhiotto di gomma al posto del capezzolo tanto amato. È abitudinario, qualche volta fino a rinunciare al cibo se questo non gli viene fornito nel morbido recipiente cui è da tanto tempo abituato (e il cui ricordo inconsapevole lo intenerirà per tutta la vita). Comunque spesso, pochi mesi dopo il parto, molte mamme devono tornare al lavoro, e la forza delle cose fa superare tutte le esitazioni e tutte le resistenze. D’altronde c’è un limite oltre al quale non conviene continuare con il solo latte, anche se è il latte materno. Infatti tutti i vantaggi dell’allattamento al seno che gli studi hanno potuto mettere in evidenza (la protezione nei riguardi dell’infezione, la protezione nei riguardi dell’allergia, la protezione nei riguardi dell’obesità, l’attaccamento, con le conseguenze esistenziali che ne derivano, anche a grande distanza, sia alla madre che al bambino) si fermano a 6 mesi, quando la maggioranza dei bambini fa il primo dente e la maggior parte delle mamme ha già iniziato il divezzamento. Vuol dire che “sentono” così, e anche qui qualche motivo ci sarà: il bambino è cresciuto, è più che raddoppiato di peso dalla nascita, e molte mamme cominciano ad essere stanche. Non tutte naturalmente, alcune decideranno di continuare ad allattare e di rimandare il momento del distacco. Questo per quel che riguarda l’inizio dello svezzamento. E la fine? La fine è anche più delicata. Se si conclude l’allattamento prima dei 9 mesi, il distacco non è così difficile: il bambino è ancora un cucciolone obbediente e abbastanza passivo, anche se può avere già le sue testardaggini e i suoi sentimenti. Ma se rimandiamo alla fine dei 12 mesi, troviamo già di fronte a noi qualcuno che sente la spinta del terrible two, del terribile secondo anno, l’anno delle opposizioni e delle contrapposizioni, l’anno dei capricci, l’anno delle disperazioni. Il bambino che non si è staccato non si staccherà più tanto facilmente. Resterà, come dicono al mio paese “infurià su e téte”, infuriato sulle tette. E si stabilirà una nuova relazione amorosa, più stretta ma anche più fatta di ambivalente dipendenza, che durerà a volte anche oltre la fine del terzo anno: un colloquio amoroso ricco di scambi, a volte faticoso e spesso socialmente disapprovato.

Come. Se per qualche motivo è necessario cominciare molto presto conviene che il primo pasto artificiale sia un latte “di formula”, che vuol dire nel linguaggio dei pediatri, un latte in polvere, perché prima dei 6 mesi ancora il latte è l’alimento migliore (il latte di formula ha una composizione molto simile a quella del latte di mamma, anche se non è latte di mamma, e non ne possiede le qualità quasi magiche). Se si comincia un po’ dopo, conviene iniziare con la minestrina che comunque corrisponde ai nuovi bisogni del bambino, sia che venga allattato al seno sia al poppatoio. Se si vuole conservare il latte materno ancora un po’ (come è giusto) bisogna continuare a dare il seno più di una volta al giorno, altrimenti la produzione di latte cala rapidamente e lo svezzamento diventa inevitabilmente rapido, anche se potrà restare al piccolo la “consolazione” del seno, per tutto il tempo che la mamma sarà disposta a concederlo.

"Lo svezzamento risponde a un solo
vero bisogno,
ma apre anche un nuovo problema. Il bisogno è quello del ferro, il problema è quello del calcio"

Perché. Perché si svezza? La domanda ha una facile risposta: perché il latte della mamma, quando il bambino è diventato più grandicello non basta più, per due buoni motivi: il bambino ne chiede sempre di più e la mamma è un po’ stanca e a volte ne produce di meno. La mamma che svezza pensa spesso che darà a suo figlio un pasto più sostanzioso. Non è esattamente così: una minestra, anche ben condita, è più densa ma non è più nutriente di un corrispondente pasto di latte: 250 grammi di latte materno contengono circa 200 calorie e 250 grammi di minestrina di verdura, con 20 grammi di semolino, 10 grammi di olio, 30 grammi di carne e un cucchiaino di formaggio contiene 200 calorie. Allora, ci saranno più proteine? Sì, è vero: nei 250 grammi di latte materno ci stanno circa 3 grammi di proteine e nei 30 grammi di carne della minestrina ce ne stanno circa 10, ma da una parte si tratta di proteine con minore valore biologico di quelle del latte materno e dall’altra se c’è una cosa di cui il bambino di pochi mesi non ha un gran bisogno sono proprio le proteine. Lo svezzamento risponde a un solo vero bisogno, ma apre anche un nuovo problema. Il bisogno è quello del ferro, il problema è quello del calcio. Il ferro è indispensabile per costruire l’emoglobina dei globuli rossi, e il ferro non è poi così abbondante nel latte materno; nei primi mesi il bambino utilizza le riserve accumulate durante la vita intrauterina, ma poi queste potrebbero non bastare più. Il latte materno contiene 1 milligrammo di ferro per litro, e il bambino ne perde altrettanto ogni giorno con le feci, e glie ne occorre un altro po’ di più per costruire: ogni chilo che il piccolo guadagna sono 100 grammi di sangue in più da mettere nelle vene, e 100 grammi del suo sangue contengono 12 grammi di emoglobina e 36 milligrammi di ferro, che bisogna trovare da qualche parte. E ora vediamo il problema del calcio. Il bambino ha bisogno di quasi 1 grammo di calcio al giorno, e 1 grammo di calcio è contenuto in un litro di latte materno: non ce n’è quasi nella minestrina, e questo spiega il perché, anche dopo lo svezzamento, il latte, o i suoi derivati, deve continuare a costituire una parte consistente dell’alimentazione

tratto dalla rivista UPPA "Un pediatra per amico"

Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Aprile 2008 14:22