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mapa_brasil.jpgIl percorso é iniziato a giugno del 95 quando, durante le ferie estive, sono andata a trovare a Patos de Minas, una cittadina tranquilla di circa 110.000 abitanti del Minas Gerais, nel sud est del Brasile, dei volontari brasiliani che lavoravano ad un progetto di assistenza in favore di bambini e famiglie bisognose, progetto del quale avevo iniziato ad interessarmi qualche anno prima con grande impegno.
Cosí dopo la laurea con la tesi sulla malnutrizione nei paesi in via di sviluppo applicata ad un modello di malattia cronica come la fibrosi cistica ci sono tornata per 3 mesi (da marzo a giugno del 98) con l'obiettivo di organizzare la mia permanenza che credevo "definitiva" e che poi invece si é limitata al periodo da gennaio del 99 ad ottobre 2001 quindi quasi 3 anni, periodo massimo in cui sono riuscita a prorogare il mio visto di "medico osservatore" presso l'Hospital Regional Antonio Dias.
Frequentavo come volontaria in vari settori:
-il reparto di pediatria (20 posti letto) dove il pediatra veniva al mattino presto per la visita e le prescrizioni e poi rimaneva a disposizione telefonicamente nel caso in cui il medico di guardia (chirurgo, ortopedico o anestesista) avesse di bisogno di una consulenza
- pronto soccorso (ortopedia e chirurgia generale)
- sala operatoria (ortopedia e chirurgia generale con un solo operatore di guardia ed uno reperibile in caso di necessitá, motivo per cui spesso mi capitava di entrare come secondo operatore oppure mentre loro operavano mi chiedevano di stare al pronto soccorso per le suture).
L'Ospedale Regionale infatti pur essendo il punto di riferimento della intera regione (unico ospedale pubblico nel raggio di circa 60 km) per una serie di pressioni politiche ed interessi economici correlati alla presenza, nella stessa cittadina, di 3 ospedali privati (per i ricchi!) aveva subito un progressivo impoverimento dal punto di vista delle risorse e del personale disponendo in termini diagnostici di un laboratorio che realizzava semplicemente emocromo, VES, elettroliti, esame delle urine e delle feci, batterioscopico GRAM ed esami culturali e quanto agli esami strumentali la radiografia.
Ma...le cose possono cambiare: oggi l'Hospital Regional Antonio Dias é un ospedale di eccellenza dell'intero stato del Minas Gerais (sempre per i poveri!!!) con sala parto, TIN, TIP e terapia intensiva adulto, una sala operatoria ben attrezzata, ecografia, TAC e RMN, grazie all'impegno del Dr Luis Verçoza, un chirurgo che trasferitosi a Patos de Mians nel 2000 é diventato direttore clinico dell´ospedale e con il suo impegno ed il suo esempio é riuscito a sensibilizzare l'opinione pubblica e i dirigenti politici!
Durante la mia permanenza a Patos de Minas ho avuto anche l'opportunitá di affiancare un collega pediatra che faceva delle guardie in sala parto (circa 1200 parti/anno) e TIN (4 posti letto) in un altro ospedale e che spesso si assentava lasciandomi come sua sostituta (sempre volontaria) quando lo chiamavano in ambulatorio pubblico al mattino, privato il pomeriggio.
Non é stato un periodo facile dal punto di vista professionale, mi ero appena laureata, avevo tutta una serie di nozioni che al primo impatto non riuscivo ad applicare ai gravi problemi di salute di bambini ed adulti che visitavo in ospedale con l'ausilio di pochissimi strumenti diagnostici e terapeutici ed io che ero abituata ad avere sempre un tutor al mio fianco mi trovavo a lavorare con colleghi che presi da troppi impegni, anche e soprattutto esterni all'ospedale, mi consideravano medico a tutti gli effetti e quindi noncuranti del mio ruolo ufficiale di "osservatrice" mi davano piena autonomia!
Quanto all'attivitá di volontariato con le famiglie bisognose incontravo non poche difficoltá, a causa della mia inesperienza e, nonostante fossi armata di tanto entusiasmo e una grande dose di buona volontá, avevo la sensazione che non fosse semplice fare qualcosa di veramente utile per loro. Si parte sempre con l'idea di aiutare, ma poi bisogna confrontarsi con la loro realtá e con le loro prioritá!
Ricordo la mia frustrazione nel percepire che le persone bussavano alla mia porta per qualunque tipo di necessitá economica per il semplice fatto di essere europea e per di piú medico (quindi per definizione uno status superiore!!! mentre invece non era il mio caso visto che il mio era puro volontariato quindi senza nessuna remunerazione!), e come pur riuscendo ad aiutare la maggior parte delle persone, coinvolgendo soprattutto i proprietari delle industrie locali, tale tipo di intervento fosse a mio modo di vedere davvero limitato. Non mi soddisfava il fatto di "dare il pesce", volevo fare qualcosa per "insegnare a pescare".
Avevamo una gip che 2 volte a settimana riempivamo di alimenti offerti dai produttori locali. Con rispetto e simpatia mi chiamavano Irmã che significa sorella, mentre in ospedale ero la Doutora! Che ironia!
In quel periodo ho imparato come non sia facile identificare quali siano i reali bisogni di una comunitá "bisognosa" e come bisogna inanzitutto mettersi in ascolto perché quello che ritenevo prioritario io, sulla base dei miei studi e della mia esperienza di vita, spesso non suscitava alcun interesse tra le mamme ed i bambini del rione. Per esempio partecipavano malvolentieri ai seminari con temi sulla prevenzione e la salute in generale, per me di fondamentale importanza, mentre invece accorrevano numerosi il giorno della distribuzione di alimenti, vestiti o materiale scolastico ed ancora di piú alle festicciole in occasione del Natale o di altre ricorrenze quando uno spuntino pomeridiano e dei regalini del valore di poco piú di 30 centesimi di euro riuscivano ad emozionare i bambini e noi! Ero soddisfatta nel percepire che un'attivitá promossa che riscuoteva successo erano invece le lezioni di ballo, di pittura e soprattutto il doposcuola, nonostante potessimo contare su pochissimi volontari e quindi fossero attivitá limitate a poche ore alla settimana. Bisogna specificare che i bambini frequentavano puntualmente la scuola solo perché il Comune offriva i pasti principali, il che costituiva un grande aiuto per le famiglie.
Terminato il visto é stato duro partire rinunciando a continuare il lavoro iniziato proprio in una fase in cui avevo la sensazione di vedere i frutti di una lunga semina soprattutto dal punto di vista umano, per l'amicizia e l'accoglienza che le persone mi dimostravano quotidianamente e che sicuramente hanno arricchito la mia vita, modificando positivamente il mio rapporto con gli altri.
Rientrata in Italia ero alla ricerca spasmodica di qualcosa di equivalente, ma nonostante esistono varie realtá missionarie ed assistenziali a livello del volontariato internazionale sembrava che nessuna delle porte a cui bussavo si aprisse.
Nello stesso periodo ho iniziato a fare sostituzioni a Messina e provincia ed é successa una cosa molto interessante: é stata la mia prima esperienza di lavoro remunerata (mi sembrava cosí strano!!!) ...era giá il 2003 ed erano passati quasi 10 anni dal mio primo contatto con una realtá missionaria (prima a distanza e poi direttamente) alla quale mi ero dedicata con molto slancio e spirito di sacrificio.
A contatto con la pediatria ambulatoriale italiana percepivo naturalmente l´ estrema diversitá delle problematiche da affrontare e rimanevo allibita dinanzi alla preoccupazione delle mamme per una micropapula sul viso del loro piccolo o per qualche colpetto di tosse terrorizzate dal pericolo polmonite, atteggiamenti estremamente distanti dall'atteggiamento rassegnato delle giovani mamme brasiliane con una schiera di bambini a cui badare che riuscivano a raggiungere il pronto soccorso o l' ambulatorio quando magari era troppo tardi!
Eppure nel corso delle sostituzioni, dove per la prima volta in Italia mi trovavo da sola a prendere delle decisioni mi sono sentita viva ed ho sentito che il passo successivo da compiere era il corso di specializzazione in pediatria, perché avevo capito che lavorare con i bambini mi piaceva comunque, qualunque fosse il tipo di problematica. E poi notavo una cosa che mi colpiva molto, l'espressione di alcune mamme che mi dicevano "dottoressa, come mi capisce...lei ha figli vero?!?!"
Mi veniva da ridere, ma mi sembrava un buon segno!
Il periodo della specializzazione (da maggio 2003) peró non é stato molto sereno, lo sanno bene i miei amici e colleghi, ero torturata dall'ansia di imparare a gestire i problemi di salute dei bambini con il desiderio di diventare una brava pediatra ed invece, ironia della sorte, dovevo barcamenarmi con tutta una serie di azioni burocratiche...e mi sentivo mancare il terreno sotto i piedi!
E mi irritavo dinanzi alle rassicurazioni di amici e colleghi che mi invitavano alla calma! mi sentivo incompresa!
Invece ero assalita dalle immagini di bambini in condizioni critiche ed io desiderosa di acquisire competenze!!! É stato davvero duro e starmi vicino non era assolutamente piacevole...!! Peró ho continuato ad avere tanti amici...anche questo buon segno!!
Nel 2003 e 2004 sono tornata in Minas Gerais per brevi periodi ( 1 mese) a trascorrere le mie ferie con le persone con cui avevo condiviso esperienze di volontariato eda ricaricarmi spiritualmente e di nuovo ci sonotornata a maggio del 2005 quando su suggerimento di Sergio ho avuto l'opportunitá di conoscere l'IMIP a Recife, nello stato di Pernambuco, nel nordest, una delle zone piú povere del Brasile, ospedale amico dei bambini che é in gemellaggio con la pediatria dell'Universitá di Trieste.
L'IMIP é un ospedale......(qui metteró dati relativi all'ospedale come in quella presentazione di power point che ho preparato al rientro da Recife)
Ho frequentato per 6 mesi ( 1 mese in pediatria generale e 5 mesi in TIP) come specializzanda nell'ambito del periodo che possiamo scegliere di frequentare fuori sede durante il corso di specializzazione e questa volta mi trovavo in un ambiente sereno e stimolante dal punto di vista umano e soprattutto professionale circondata da colleghi e professori che mettevano in discussione i protocolli alla luce delle evidenze scientifiche e condividevano con gli altri le competenze acquisite ed io ero molto contenta sempre affiancata da un tutor disponibile a chiarire i dubbi e suggerire gli interventi piú corretti. Certo il fatto di conoscere la lingua e la cultura mi ha consentito di inserirmi fin dall'inizio e di partecipare in maniera attiva sia dal punto di vista assistenziale che didattico.
Guardavo con ammirazione l'autonomia piena degli specializzandi in grado di gestire anche le problematiche piú serie.
A Recife peró ho avvertito molto forte la paura della violenza, non abitavo piú come in Minas Gerais, in un piccolo centro, al sicuro protetta da amici e conoscenti!
Recife é una metropoli, grande attrazione turistica, e con alta concentrazione di favelas che circondano la cittá e gli scippi armati ai semafori sono all'ordine del giorno. A questa faccia del Brasile non ero abituata! Per le strade i cartelloni pubblicitari fondo nero e scritta bianca: Pernambuco o estado do medo!!! che significa " Pernambuco lo stato della paura!" ed il telegiornale un vero e proprio bollettino di guerra! L´Ospedale peró era un´isola felice dove si respirava un clima di collaborazione molto sereno ed affabile tra i colleghi e con i bambini ed i loro familiari. Ma la cosa che mi stupiva di piú era la dedizione, l´impegno strenuo per salvare i bambini dalla morte (muiono circa 100 bambini al mese all´IMIP) anche quando si sa che altri pericoli, dai quali non li si potrá proteggere, li aspettano alla dimissione nelle loro abitazioni o semplicemente per le strade. E guardavo con ammirazione ai medici che, dopo aver fatto tutto quello che si poteva fare per salvare i bambini in condizioni critiche, serenamente ammettevano di non essere onnipotenti e che la morte purtroppo é un evento possibile e con umiltá riprendevano la lotta per aiutare altri bambini. Altra cosa che mi colpiva moltissimo era la comunicazione ai genitori della morte del loro bambino, il modo umano in cui i medici si facevano vicini e le reazioni rassegnate dei familiari di fronte a questo evento al quale nessuno puo´ sottrarsi.
Durante il tirocinio all'IMIP ho scoperto che alcune specializzande andavano a Porto Alegre nel sud del Brasile (realtá completamente diversa dalle precedenti con alta percentuale di discendenti europei soprattutto italiani, portoghesi e tedeschi) per fare un periodo di specializzazione nel reparto del prof Jefferson Piva autore di un manuale di terapia intensiva pediatrica utilizzato in tutto il Brasile, manuale che avevo utilizzato con molto interesse giá nel mio primo tirocinio in Minas Gerais e cosí dall'8 gennaio di quest'anno fino al 28 aprile ho frequentato la TIP dell'Hospital Sao Lucas dell'universitá cattolica di Porto Alegre.
Come tutte le cittá del Brasile ricchi e poveri vivono a stretto contatto.
La TIP é cositituita da 12 posti letto, di cui 8 finanziate dal servizio sanitario nazionale (quindi per i poveri) e 4 dalle assicurazioni mediche private (quindi per i ricchi), ma in fondo quello che cambia é l´estrazione sociale dei bambini ricoverati e spesso la gravitá delle condizioni cliniche per il fatto che i bambini provenineti dalle favelas vengono condotti all´ospedale troppo tardi! quanto alla dedizione del personale medico e paramedico é uguale per tutti!
Nell'ultimo semestre della scuola di specializzazione mi sono dedicata alla tesi sulla prevenzione del burnout degli operatori sanitari, tesi pensata proprio osservando i medici brasiliani e il loro modo di gestire lo stress emotivo e fisico e la dedizione dell'equipe del reparto di fibrosi cistica e gastroenterologia pediatrica di Messina.
Patos de Minas, Recife, Porto Alegre sono state 3 esperienze diversissime per qualitá, durata, condizioni sociali nelle quali mi trovavo ed obiettivi e quando ripenso a tutto il percorso compiuto mi viene da sorridere perché mi sono iscritta in medicina come tutti noi con il desiderio di aiutare chi soffre, ma nel mio bilancio la sensazione che ho é che, nonostante le difficoltá, é molto piú quello che ho ricevuto sia dal punto di vista umano e professionale.